Ritratto illustrato di Sandro Pertini, Presidente della Repubblica Italiana dal 1978 al 1985, con occhiali e pipa

Sandro Pertini: chi era e quale fu il suo ruolo come Presidente della Repubblica

La storia di Sandro Pertini attraversa quasi tutto il Novecento italiano: dalla Prima guerra mondiale al fascismo, dalla Resistenza alla nascita della Repubblica, fino agli anni difficili del terrorismo politico. Cosa significa guidare lo Stato quando la democrazia è sotto attacco e la fiducia dei cittadini vacilla?

Capire chi è stato Pertini significa capire in che modo le istituzioni repubblicane hanno reagito alle crisi. Significa anche osservare come la figura del Presidente della Repubblica abbia assunto, nel tempo, un ruolo sempre più visibile agli occhi dei cittadini.

Prima guerra mondiale e antifascismo: la formazione politica

Alessandro Giuseppe Antonio Pertini, detto Sandro, nacque il 25 settembre 1896 a Stella, in Liguria, in una famiglia della piccola borghesia. Il padre era proprietario terriero e la madre ebbe un ruolo importante nella sua formazione culturale e civile. Dopo gli studi classici si iscrisse all’università, laureandosi in giurisprudenza e in scienze politiche. Durante gli anni universitari entrò in contatto con ambienti socialisti e con le idee di Filippo Turati e di altri esponenti del socialismo riformista. La riflessione sulle disuguaglianze sociali e sulle condizioni dei lavoratori, insieme alla convinzione che la partecipazione politica fosse uno strumento di cambiamento, lo portarono a scegliere il socialismo come riferimento ideale e organizzativo.

Nel 1915, con l’ingresso dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, fu richiamato alle armi e partecipò al conflitto come ufficiale. L’esperienza al fronte lo mise di fronte alla durezza della guerra e alle profonde disuguaglianze che emergevano nel Paese. Al ritorno, trovò un’Italia segnata da tensioni sociali, scioperi, disoccupazione e scontri politici: il clima turbolento del primo dopoguerra contribuì a orientare in modo più deciso le sue scelte. In questo contesto maturò l’avvicinamento al socialismo e l’adesione al Partito Socialista Italiano, che ai suoi occhi rappresentava uno strumento per affrontare le ingiustizie sociali e difendere le libertà politiche.

Con l’ascesa del fascismo scelse apertamente l’opposizione, partecipando all’attività del Partito Socialista Italiano e denunciando pubblicamente le violenze e le limitazioni delle libertà imposte dal regime, anche attraverso scritti e interventi che gli costarono l’attenzione e la repressione delle autorità fasciste. Per la sua attività antifascista, soprattutto tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, fu arrestato più volte e condannato dal Tribunale Speciale, l’organo istituito dal regime fascista per giudicare e reprimere gli oppositori politici. Trascorse lunghi periodi in carcere e al confino. Conobbe l’esilio e rientrò clandestinamente in Italia.

Dopo l’armistizio con gli Alleati dell’8 settembre 1943 e il crollo del regime fascista, l’Italia si trovò divisa e occupata dalle truppe tedesche: in questo contesto Pertini partecipò alla Resistenza contro l’occupazione tedesca e il regime fascista repubblicano. Arrestato e condannato a morte, riuscì a fuggire e riprese l’attività partigiana fino alla Liberazione.

Questa esperienza influenzò in modo decisivo la sua visione politica e contribuì a orientare il suo successivo impegno nella Repubblica: la difesa della libertà e delle istituzioni democratiche divenne per lui un riferimento costante dell’azione pubblica, maturato negli anni della repressione e della guerra civile.

Dalla scrittura della Costituzione alla Presidenza della Camera

Nel 1946 fu eletto all’Assemblea Costituente, l’organo incaricato di scrivere la nuova Costituzione repubblicana. Fu l’occasione di trasformare l’esperienza della Resistenza in un nuovo assetto istituzionale fondato su diritti, equilibrio dei poteri e rappresentanza democratica. In quell’aula si confrontarono culture politiche diverse – cattolica, socialista, liberale, comunista – chiamate a trovare un compromesso condiviso.

Negli anni successivi Pertini fu parlamentare e dirigente socialista, muovendosi dentro un sistema politico che si stava strutturando attorno ai grandi partiti di massa e a equilibri internazionali segnati dalla contrapposizione politica e militare tra Stati Uniti e Unione Sovietica che divise il mondo in due blocchi contrapposti. All’interno del Partito Socialista Italiano rappresentò una corrente legata al socialismo democratico e riformista, distinta sia dal comunismo sia dalle posizioni più moderate.

Parallelamente, la sua attività si sviluppò soprattutto sul terreno istituzionale. Fu vicepresidente della Camera e maturò una profonda conoscenza delle regole parlamentari e dei meccanismi della democrazia rappresentativa. Questa doppia dimensione – appartenenza politica e attenzione alle procedure istituzionali – ne definì lo stile, improntato al rispetto degli equilibri tra maggioranza e opposizione.

Dal 1968 al 1976 ricoprì il ruolo di Presidente della Camera dei Deputati, in una stagione attraversata da conflitti sociali, contestazioni studentesche e tensioni politiche crescenti. In questa posizione istituzionale si distinse per l’attenzione al rispetto delle procedure e per la difesa dell’autonomia del Parlamento, cercando di garantire il confronto tra maggioranza e opposizione in un clima spesso acceso.

Questa lunga esperienza nelle istituzioni, costruita nel confronto quotidiano con le dinamiche parlamentari e con le trasformazioni della società italiana, fu determinante per la sua successiva elezione al Quirinale.

Sandro Pertini sorridente durante il mandato presidenziale negli anni Settanta e Ottanta

La Presidenza negli anni di piombo

L’8 luglio 1978 Pertini fu eletto Presidente della Repubblica con una larghissima maggioranza parlamentare. Pochi mesi prima il Paese era stato sconvolto dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. L’Italia viveva quella fase che viene ricordata come “anni di piombo”: terrorismo politico, attentati, instabilità governativa e crescente sfiducia nelle istituzioni.

In questo contesto il Presidente della Repubblica non aveva poteri di governo diretto, ma svolgeva un ruolo fondamentale di garanzia e di tutela delle regole previste dalla Costituzione: nominare il Presidente del Consiglio, sciogliere le Camere e rappresentare l’unità nazionale. Durante il suo mandato (1978–1985), Pertini condannò con chiarezza la violenza terroristica e difese la legittimità delle istituzioni repubblicane, intervenendo pubblicamente nei momenti di crisi per riaffermare la centralità della Costituzione. In diversi messaggi alla Nazione sottolineò che nessuna causa politica poteva giustificare l’uso della violenza e invitò i cittadini a non cedere alla paura. Dopo gravi attentati, ribadì pubblicamente che lo Stato avrebbe risposto nel rispetto delle leggi democratiche, senza deroghe ai principi costituzionali.

Sul piano politico-istituzionale nominò governi guidati da personalità diverse, tra cui Giovanni Spadolini e Bettino Craxi, in una fase di trasformazione degli equilibri politici tradizionali. Parallelamente rese la Presidenza più visibile nella vita pubblica: visitò luoghi colpiti da tragedie, partecipò a momenti simbolici della vita nazionale e intervenne con messaggi diretti ai cittadini. Questa presenza contribuì a rafforzare la percezione del Capo dello Stato come punto di riferimento istituzionale in un sistema politico sotto pressione.

Nel contesto della Guerra Fredda espresse inoltre posizioni critiche verso regimi autoritari e sostenne iniziative legate alla pace e ai diritti umani. Condannò, ad esempio, la repressione delle libertà in America Latina, criticò l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979 e si espresse contro il sistema di apartheid in Sudafrica. Anche in questi casi il suo intervento non comportava decisioni di politica estera diretta, ma rappresentava una presa di posizione pubblica sui diritti umani e dava voce, a livello internazionale, ai principi costituzionali su cui si fonda lo Stato italiano.

L’eredità di Pertini nella democrazia italiana

Concluso il suo mandato di sette anni nel 1985, Pertini divenne senatore a vita. Morì il 24 febbraio 1990. Nella memoria collettiva è spesso ricordato per gesti e immagini che hanno segnato un’epoca, ma il significato della sua esperienza va oltre gli aspetti simbolici.

La sua vicenda permette di comprendere meglio il profilo che Pertini diede alla Presidenza della Repubblica. Non fu soltanto un garante formale della Costituzione, ma un Capo dello Stato che scelse di esporsi pubblicamente nei momenti più difficili, assumendo un ruolo visibile e diretto nel rapporto con i cittadini.

Nel suo mandato, la fermezza contro il terrorismo, l’attenzione ai luoghi delle tragedie nazionali e l’insistenza sul rispetto delle regole democratiche contribuirono a rafforzare l’immagine della Presidenza come punto di riferimento morale e istituzionale. Quando visitò le zone colpite dal terremoto dell’Irpinia nel 1980, ad esempio, denunciò pubblicamente i ritardi nei soccorsi; dopo l’assassinio di Aldo Moro intervenne con parole dure contro il terrorismo; partecipò ai funerali di vittime della violenza politica e si rivolse più volte ai giovani invitandoli a difendere la Costituzione. La sua esperienza mostra come la storia personale, segnata dall’antifascismo e dalla Resistenza, abbia inciso concretamente sul modo di esercitare le funzioni costituzionali: non limitandosi a un ruolo formale, ma scegliendo di esporsi nei momenti in cui la coesione democratica appariva più fragile.

L’eredità di Pertini nella democrazia italiana va oltre gli anni della crisi: il modello di Presidente che lasciò è radicato in una cultura politica precisa, capace di parlare a un Paese attraversato da divisioni profonde. Comprendere la sua figura significa riconoscere come la sua storia personale – segnata dall’antifascismo e dalla Resistenza – abbia rafforzato la credibilità della sua Presidenza nei momenti di maggiore difficoltà del Paese.