Illustrazione di Enrico De Nicola che firma la Costituzione italiana mentre Alcide De Gasperi osserva il documento, con altri due rappresentanti sullo sfondo in uno studio con libreria

La nascita della Repubblica italiana: da dove viene la democrazia che abbiamo oggi

Spesso si dà per scontato che l’Italia sia sempre stata una Repubblica. Non è così. E capire come ci siamo arrivati cambia il modo in cui si guarda alle istituzioni di oggi.

Dopo più di vent’anni di dittatura fascista, il 2 giugno 1946 gli italiani votarono per la prima volta in modo davvero libero. Non solo per scegliere i propri rappresentanti, ma per decidere una cosa più fondamentale: che forma di Stato volevano.

Da quella scelta nacque la Repubblica italiana. E con essa, tutto ciò che oggi diamo per scontato: la Costituzione, il Parlamento, i diritti fondamentali, le istituzioni democratiche.

Capire come avvenne quel passaggio significa capire su cosa poggia la democrazia in cui viviamo.

L’Italia nel 1945: un paese da ricostruire

La fine della Seconda guerra mondiale lasciò l’Italia in macerie. Non solo fisicamente con infrastrutture distrutte, città bombardate ed economia a pezzi, ma anche politicamente e moralmente.

Prima del fascismo, l’Italia era una monarchia costituzionale con un parlamento eletto e partiti politici attivi con un sistema di rappresentanza. Non era una democrazia piena: le donne non votavano, e il suffragio universale maschile era arrivato solo nel 1913. Ma era comunque un paese in cui il dibattito pubblico esisteva. Il fascismo smantellò tutto questo nel giro di pochi anni, a partire dalla metà degli anni Venti.

Per vent’anni il fascismo aveva cancellato i partiti, soppresso la libertà di stampa, eliminato ogni forma di opposizione. Milioni di italiani non avevano mai votato liberamente. Molti non sapevano cosa significasse farlo.

A guidare l’Italia subito dopo la guerra fu il governo provvisorio presieduto da Alcide De Gasperi. Questo governo, insieme alle forze politiche antifasciste riunite nel Comitato di Liberazione Nazionale, decise che il futuro istituzionale del paese non potesse essere scelto dall’alto. Dovevano essere gli italiani a decidere. Non esisteva ancora un Parlamento eletto, e in quella fase eccezionale era lo stesso governo provvisorio ad avere il potere di emanare le norme necessarie. Fu così che, con un proprio decreto legislativo, nel marzo 1946 il governo indisse il referendum dove per la prima volta nella storia d’Italia tutti i cittadini, uomini e donne, sarebbero stati chiamati a scegliere.

La domanda che si poneva non era solo “come si ricostruisce un paese”. Era più profonda: su quali basi? Con quale sistema di governo? Con quale idea di cittadinanza?

Il referendum del 2 giugno 1946

Il 2 giugno 1946 si tenne un referendum istituzionale: monarchia o repubblica?

Fu un voto storico per almeno due ragioni.

La prima: era la prima volta che votavano anche le donne. Un cambiamento che oggi sembra ovvio, ma che nel 1946 era tutt’altro che scontato.

La seconda: il risultato non fu schiacciante. Il 54,3% scelse la repubblica, il 45,7% la monarchia. Quasi metà degli italiani voleva mantenere i Savoia. Non era solo nostalgia, ma per molti la monarchia rappresentava stabilità e continuità in un momento di grande incertezza. Altri semplicemente non si fidavano del cambiamento. La Repubblica nasceva su una spaccatura reale, non su un consenso unanime. Questo è importante per capire le tensioni degli anni successivi.

Il re Umberto II lasciò l’Italia. La monarchia era finita.

Illustrazione di due costituenti italiani, un uomo e una donna, che discutono un documento durante i lavori dell'Assemblea Costituente del 1946

L’Assemblea Costituente

Nello stesso giorno del referendum, gli italiani elessero anche l’Assemblea Costituente: 556 rappresentanti incaricati di scrivere la nuova Costituzione.

Era un’assemblea inedita. Per la prima volta siedevano insieme cattolici, comunisti, socialisti, liberali, azionisti, forze che per anni si erano combattute o ignorate. E per la prima volta sedevano anche 21 donne.

Il loro compito era quello di costruire le regole fondamentali di uno Stato democratico partendo quasi da zero, in un paese ancora diviso e traumatizzato dalla guerra. Non fu un lavoro armonioso, su molti temi come il ruolo della religione o i rapporti tra Stato e Regioni, le visioni erano opposte. La Costituzione che ne uscì fu il risultato di compromessi spesso faticosi tra forze che su molto altro continuavano a essere in disaccordo.

Già pochi giorni dopo il referendum, la stessa Assemblea elesse Enrico De Nicola capo provvisorio dello Stato, in attesa che la nuova Costituzione definisse stabilmente la carica.

Ci vollero quasi diciotto mesi di lavoro. La Costituzione fu approvata il 22 dicembre 1947 ed entrò in vigore il 1° gennaio 1948.

Con la Costituzione finalmente in vigore, De Nicola vide confermato il proprio ruolo e divenne così il primo Presidente della Repubblica a pieno titolo. Il governo restò invece nelle mani di chi l’aveva già guidato nei mesi precedenti, Alcide De Gasperi.

Perché quel momento conta ancora oggi

La Repubblica italiana non nacque in modo tranquillo. Nacque da una guerra, da una dittatura, da una divisione profonda tra gli italiani. Chi scrisse la Costituzione lo sapeva. Per questo cercò di costruire qualcosa di solido: un sistema di garanzie, di equilibri, di diritti che nessun governo futuro potesse cancellare facilmente.

Quella scelta pesa ancora oggi, ogni volta che si parla di riforma istituzionale, di ruolo del Parlamento, di diritti fondamentali.

Capire come nacque la Repubblica significa capire perché le istituzioni sono fatte come sono. E perché cambiarle non è mai una cosa semplice.

I primi anni della Repubblica furono difficili. Il paese era diviso, l’economia fragile, le tensioni politiche fortissime. Ma le istituzioni tennero. E quella Costituzione, scritta in diciotto mesi da persone che venivano da mondi opposti, è ancora oggi il documento fondamentale su cui si regge la democrazia italiana.

Ogni volta che si discute di come cambiare la Costituzione, o di come funziona il Parlamento, si sta discutendo di scelte fatte in quei diciotto mesi. Scelte fatte da persone che avevano vissuto vent’anni senza libertà di parola, senza partiti, senza voto. Lo sapevano bene, perché molti di loro quelle libertà le avevano perse e poi riconquistate.

Vale la pena chiedersi: quanto di quella fatica è ancora visibile nelle istituzioni che abbiamo oggi? E quanto invece diamo per scontato senza sapere da dove viene?