Ogni giorno qualcuno prende decisioni che ci riguardano. Quanto costa il biglietto dell’autobus, a che età si va in pensione, come deve essere fatta una bottiglia di plastica. Dietro ognuna di queste scelte non c’è mai una persona sola. Ci sono tanti protagonisti diversi, e in politica li chiamiamo attori.
La parola viene dal teatro, e il paragone funziona. Sul palcoscenico ogni attore ha un ruolo preciso e tutti seguono lo stesso copione. In politica il copione è la Costituzione, che stabilisce chi può fare cosa e con quali limiti.
C’è però una differenza importante. A teatro gli attori recitano insieme per arrivare allo stesso finale. In politica, invece, spesso ognuno vuole un finale diverso. Un sindacato e un’associazione di imprese possono avere idee opposte sulla stessa legge. Un partito di maggioranza e uno di opposizione si contendono il voto degli stessi elettori. Per questo gli attori della politica collaborano, ma allo stesso tempo competono e si controllano a vicenda.
In questo articolo li incontriamo uno alla volta. Vedremo chi sceglie, chi decide, chi garantisce le regole e chi prova a influenzare.
Chi sceglie: i cittadini
In una democrazia tutto parte dai cittadini. Sono loro a scegliere, con il voto, chi li rappresenterà in Comune, in Regione, in Parlamento e al Parlamento europeo. Ma il loro ruolo non finisce il giorno delle elezioni.
Un cittadino può firmare per chiedere un referendum, partecipare a un’assemblea di quartiere, iscriversi a un’associazione o scendere in piazza a manifestare. Basta pensare a chi si ferma a un banchetto in strada per mettere la propria firma. In quel momento è una persona comune che fa politica in prima persona. Lo stesso vale per chi scrive a un consigliere comunale o a un assessore per chiedere lavori di manutenzione nella scuola del quartiere.
C’è però un limite da tenere presente. Non tutti partecipano allo stesso modo. Chi ha più tempo, più informazioni o più contatti riesce a farsi sentire di più, e una parte degli elettori sceglie di non votare affatto. Anche per questo la rappresentanza non è mai perfetta.

Chi organizza le idee: i partiti
Ogni cittadino ha le sue idee, e spesso sono molto diverse da quelle del vicino. I partiti politici servono a raccoglierle e a trasformarle in proposte. Un partito riunisce persone che condividono una certa visione della società e cerca di convincere più elettori possibile a sceglierla.
Molti partiti sono presenti a tutti i livelli, dal Parlamento fino al consiglio comunale del paese più piccolo. Alle elezioni comunali, però, accanto ai partiti nazionali si presentano spesso le liste civiche. Sono gruppi nati sul territorio, attorno a un candidato sindaco o a problemi locali, senza un partito nazionale alle spalle.
Lo strumento principale è il programma elettorale, cioè l’insieme delle cose che il partito si impegna a fare se vince. Si va dalle tasse alla scuola, dalla sanità ai trasporti. Non sempre però le promesse si realizzano del tutto. Chi governa deve fare i conti con il bilancio dello Stato e trovare compromessi con gli alleati.
Dopo le elezioni, in Parlamento come in consiglio comunale, i partiti si schierano. Quelli che sostengono chi governa formano la maggioranza. Gli altri formano l’opposizione, che controlla, critica e propone alternative. Un partito di opposizione può presentare proposte di legge o chiedere spiegazioni a un ministro o al sindaco. C’è poi chi sceglie una via di mezzo. Alcuni partiti non entrano al governo ma non lo contrastano sempre. Decidono di volta in volta, votando a favore delle proposte che condividono e contro quelle che non condividono.
Chi fa le leggi: il Parlamento
Il Parlamento è il luogo dove si fanno le leggi. In Italia è formato da due Camere, la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica, e i loro membri sono eletti dai cittadini. Perché un testo diventi legge, deve essere approvato da entrambe le Camere nella stessa identica versione.
Un esempio che torna ogni anno è la legge di bilancio. Stabilisce quanto lo Stato spenderà per scuole, ospedali, pensioni e strade, e dove troverà i soldi per farlo. Il Governo la prepara, ma senza il voto del Parlamento non può entrare in vigore.
Il Parlamento non si limita a votare. Controlla anche il lavoro del Governo, gli chiede conto delle sue scelte e può perfino farlo cadere togliendogli la fiducia.
Chi governa: il Governo
Se il Parlamento fa le leggi, il Governo guida il Paese giorno per giorno. È formato dal Presidente del Consiglio dei Ministri e dai ministri, ognuno responsabile di un settore come la salute, la scuola o l’economia. Spesso lo si sente chiamare premier o Primo Ministro, ma nella Costituzione il suo nome è Presidente del Consiglio.
Il Governo non viene eletto direttamente dai cittadini. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio, che entro pochi giorni deve ottenere la fiducia di entrambe le Camere. Finché la maggioranza lo sostiene, il Governo resta in carica. Se la fiducia viene meno, il Governo cade, e si prova a formarne uno nuovo oppure si torna a votare.
Di solito una legge ha bisogno di tempo. Deve passare dalla Camera e dal Senato, e possono volerci mesi. A volte però serve decidere subito. Per questi casi la Costituzione dà al Governo uno strumento speciale, il decreto-legge. È una decisione del Governo che vale come una legge fin da subito, ma non è definitiva. Il Parlamento ha sessanta giorni per esaminarla, modificarla e trasformarla in una legge vera e propria. Se non lo fa, il decreto perde valore, come se non fosse mai esistito.
Nel 2022, per esempio, i prezzi di luce e gas salivano di mese in mese. Il Governo approvò diversi decreti-legge per ridurre il costo delle bollette, e gli aiuti poterono partire senza aspettare i tempi di una legge normale. Il decreto-legge dovrebbe servire solo nei casi urgenti, ma negli anni i governi di ogni colore lo hanno usato molto spesso. Per alcuni è il modo per rispondere in fretta ai problemi, per altri toglie spazio al Parlamento.
Chi garantisce le regole: gli arbitri
Accanto a chi decide ci sono attori con un compito diverso. Non scelgono cosa fare, ma controllano che le regole vengano rispettate da tutti, anche da chi governa.
Il primo è il Presidente della Repubblica. Viene eletto dal Parlamento insieme ai rappresentanti delle Regioni, resta in carica sette anni e rappresenta l’unità del Paese. Non governa, ma ha poteri importanti. Firma le leggi prima che entrino in vigore e, se vede un problema serio, può rimandarle alle Camere chiedendo di riesaminarle. Se il Parlamento le approva di nuovo, però, deve firmarle.
La Corte costituzionale controlla invece che le leggi rispettino la Costituzione. È formata da quindici giudici, tutti esperti di diritto. Cinque li nomina il Presidente della Repubblica, cinque li elegge il Parlamento e cinque li scelgono i magistrati delle corti più importanti. Restano in carica nove anni. Se una legge viola la Costituzione, la Corte può annullarla, anche a distanza di anni. È successo più volte, per esempio con alcune parti delle leggi elettorali.
La magistratura, infine, applica le leggi nei casi concreti. I magistrati non vengono eletti né scelti dalla politica, ma entrano con un concorso pubblico dopo la laurea in giurisprudenza. Alcuni fanno i giudici e decidono le cause, come una lite tra vicini di casa o una causa contro un’azienda. Altri fanno i pubblici ministeri, conducono le indagini e sostengono l’accusa nei processi penali, per esempio in un processo per furto.
I magistrati sono indipendenti dal Governo e dal Parlamento, perché devono poter giudicare chiunque, anche chi ha potere politico. Proprio per questo i rapporti tra magistratura e politica sono spesso tesi, e su come debba funzionare questo equilibrio il dibattito è aperto da decenni.
Chi fa funzionare la macchina: la pubblica amministrazione
Una legge, da sola, non cambia niente. Perché produca effetti serve qualcuno che la metta in pratica ogni giorno. È il compito della pubblica amministrazione, cioè l’insieme degli uffici e delle persone che lavorano per lo Stato, le Regioni e i Comuni.
Ne fanno parte l’impiegato dell’anagrafe che rilascia la carta d’identità, l’insegnante di una scuola pubblica, l’infermiere di un ospedale e il funzionario dell’INPS che calcola una pensione. Sono loro a trasformare le decisioni della politica in politiche pubbliche concrete, cioè servizi e interventi che arrivano davvero ai cittadini.
A differenza di sindaci e parlamentari, la maggior parte di chi lavora nella pubblica amministrazione non viene eletto, ma assunto con un concorso pubblico, e resta al suo posto anche quando cambia il governo. Questo garantisce continuità, ma dà anche un certo peso. Una stessa legge può funzionare bene o male a seconda di come viene applicata, e i tempi della burocrazia possono accelerarla o rallentarla.
Chi racconta e controlla: i media
Quasi tutto quello che sappiamo della politica ci arriva attraverso i media. Giornali, televisione, radio, siti di informazione e social network raccontano cosa succede e danno ai cittadini gli elementi per farsi un’opinione.
I media però non si limitano a raccontare. Possono anche controllare chi ha potere. Un’inchiesta giornalistica può portare alla luce uno spreco di denaro pubblico, e un parlamentare può partire proprio da quell’articolo per chiedere spiegazioni al Governo. Per questo la libertà di stampa è protetta dalla Costituzione.
Anche chi controlla, però, può subire l’influenza della politica. La RAI, la televisione pubblica, è guidata da vertici scelti in gran parte da Parlamento e Governo. Da decenni, con governi di ogni colore, si discute di quanto questo pesi sulle nomine e sulle carriere dei giornalisti. I finanziamenti pubblici all’editoria aiutano a restare in vita anche giornali piccoli o locali, ma per alcuni creano un legame di dipendenza dalla politica.
Il discorso vale anche per i media privati, che appartengono spesso a grandi imprese o famiglie di imprenditori. Il caso più discusso è Mediaset, fondata da Silvio Berlusconi e ancora oggi controllata dalla sua famiglia. Quando Berlusconi diventò Presidente del Consiglio si aprì un lungo dibattito sul conflitto di interessi. Secondo i critici era un rischio per il pluralismo, cioè per la presenza di voci diverse. Secondo i suoi sostenitori era un problema sopravvalutato, perché i cittadini potevano scegliere tra molte fonti.
C’è anche un altro lato da considerare. I media scelgono quali notizie mettere in primo piano e quali lasciare fuori, e ogni testata ha una propria linea. Oggi, inoltre, molti politici parlano direttamente agli elettori sui social, senza passare dai giornalisti. Secondo alcuni questo avvicina la politica alle persone, mentre altri temono che tolga ai giornalisti la possibilità di fare domande e verificare.

Chi prova a influenzare: i gruppi di interesse
Molte decisioni politiche toccano da vicino qualcuno in particolare. Una legge sul lavoro riguarda lavoratori e imprese, una norma sull’ambiente riguarda industrie e ambientalisti, una regola sui prezzi riguarda commercianti e consumatori. Per questo esistono i gruppi di interesse, cioè organizzazioni che rappresentano una parte della società e provano a far pesare il suo punto di vista.
Ne fanno parte i sindacati, le associazioni di imprese, gli ordini professionali, le associazioni ambientaliste e quelle dei consumatori. Non si candidano alle elezioni, ma cercano di influenzare chi decide. Incontrano ministri e parlamentari, presentano studi e proposte, organizzano campagne per sensibilizzare l’opinione pubblica. Questa attività si chiama lobbying.
Un esempio concreto è il contratto di lavoro. In molti settori sindacati e associazioni di imprese si siedono allo stesso tavolo e trattano su stipendi, orari e ferie. A volte è il Governo stesso a fare da mediatore, quando le due parti non riescono a trovare un accordo.
Sul lobbying le opinioni sono divise. Per alcuni è un modo utile per portare a chi decide competenze e bisogni reali, che altrimenti resterebbero fuori. Per altri il rischio è che conti di più chi ha più soldi e più contatti. Anche per questo in Italia si discute da anni di una legge che renda questi incontri più trasparenti.
Più palcoscenici: dal Comune all’Europa
La politica non si fa in un posto solo. Gli attori che abbiamo incontrato si muovono su palcoscenici di dimensioni diverse, ognuno con le sue regole e i suoi compiti.
Il più vicino è il Comune. Qui governano il sindaco e gli assessori che ha scelto, cioè la giunta, mentre il consiglio comunale discute e approva le decisioni. I cittadini, poi, possono rivolgersi direttamente a chi li rappresenta. Si decide su cose che vediamo ogni giorno, come la raccolta dei rifiuti, le strade, gli asili e il trasporto locale. A questo livello partiti e associazioni sono spesso più vicini alle persone che a livello nazionale.
Più in alto ci sono le Regioni, che si occupano soprattutto di sanità, trasporti regionali e formazione professionale. È la Regione, per esempio, a organizzare gli ospedali del proprio territorio. Poi c’è lo Stato, con il Parlamento e il Governo che abbiamo già visto.
Sopra lo Stato c’è l’Unione Europea, che l’Italia ha contribuito a fondare con i Trattati di Roma. Molte regole che viviamo ogni giorno nascono lì. Basta pensare al tappo attaccato alle bottiglie di plastica. È una regola decisa a livello europeo per ridurre la plastica dispersa nell’ambiente, e dal 2024 vale in tutti i Paesi dell’Unione. Anche qui gli italiani hanno voce, perché eleggono i loro rappresentanti al Parlamento europeo e il Governo partecipa alle decisioni insieme agli altri Stati.
Oltre l’Europa ci sono le organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite, dove i Paesi cercano accordi su problemi che nessuno può risolvere da solo, come il clima o la pace. Lo stesso cittadino, quindi, vive dentro tutti questi livelli nello stesso momento.
Chi conta di più?
Dopo averli incontrati uno per uno, viene spontaneo chiedersi quale sia l’attore più importante. La risposta onesta è che dipende. Il peso di ciascuno cambia a seconda della decisione, del momento e dei rapporti con gli altri.
Torniamo al tappo attaccato alla bottiglia. La regola è stata approvata in Europa, ma prima di arrivarci ha coinvolto molti attori. Le associazioni ambientaliste chiedevano di ridurre la plastica, mentre le aziende che producono bevande temevano i costi per cambiare i macchinari. I governi dei vari Paesi hanno trattato tra loro e i media ne hanno parlato. Quando i nuovi tappi sono arrivati sugli scaffali, molti cittadini hanno detto la loro sui social. Nessuno ha deciso da solo, e ognuno ha pesato in modo diverso.
Il potere, poi, non è distribuito in modo uguale. Chi ha più risorse, più organizzazione o più visibilità ha più possibilità di farsi ascoltare. Un grande gruppo industriale può permettersi esperti e incontri che un comitato di quartiere non ha. Ma gli equilibri cambiano. Un governo con una larga maggioranza può perdere le elezioni successive, e una protesta nata da pochi cittadini può diventare un tema nazionale. In politica il potere non è mai fermo.
Un copione, tanti attori
La politica ha un copione comune, la Costituzione, e tanti attori che lo interpretano ognuno a modo suo. Alcuni scelgono, altri decidono, altri controllano o provano a influenzare. Nessuno recita da solo, e nessuno resta per sempre al centro della scena.
Conoscere questi attori non serve a stare dalla parte dell’uno o dell’altro. Serve a capire chi prende una decisione, chi prova a cambiarla e chi ne vivrà gli effetti.


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