Illustrazione in stile graphic novel europeo con un giudice e un pubblico ministero di spalle, separati da una linea di luce, simbolo della separazione delle carriere nella magistratura

Referendum giustizia 2026: cosa cambia nella magistratura, cosa prevede la riforma sulla separazione delle carriere e cosa votiamo

Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani voteranno il referendum sulla riforma della magistratura, che introduce la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Si tratta di una decisione importante perché riguarda il funzionamento di uno dei poteri fondamentali dello Stato: la giustizia.

Cosa cambierebbe davvero con questa riforma? E soprattutto: riguarda davvero i problemi che i cittadini incontrano quando entrano in un tribunale?

In questo articolo proviamo a capirlo con calma, evitando slogan politici e cercando di ragionare sui fatti.

Cosa prevede la riforma

Il referendum riguarda una riforma costituzionale approvata dal Parlamento nel 2025 ma non con la maggioranza dei due terzi. In questi casi la Costituzione prevede che la riforma possa essere confermata o respinta direttamente dai cittadini.

A differenza dei referendum abrogativi, in questo caso non è previsto il quorum: il risultato sarà valido indipendentemente dal numero di votanti e vincerà semplicemente l’opzione che otterrà più voti.

Il cuore della riforma è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Prima di capire cosa cambierebbe, è utile spiegare brevemente come funziona oggi il sistema.

Attualmente giudici e pubblici ministeri fanno parte della stessa magistratura: entrano con lo stesso concorso e la loro carriera è gestita dal Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), l’organo previsto dalla Costituzione che decide nomine, trasferimenti, promozioni e procedimenti disciplinari dei magistrati.

Il CSM è composto con un sistema misto: circa due terzi dei membri sono eletti dai magistrati, mentre un terzo è eletto dal Parlamento tra professori universitari di diritto e avvocati con molti anni di esperienza. Questo sistema è stato pensato per garantire da un lato l’indipendenza della magistratura e dall’altro un certo equilibrio con le istituzioni democratiche.

Tuttavia pubblici ministeri e giudici svolgono funzioni diverse: i pubblici ministeri (magistrati requirenti) rappresentano lo Stato, conducono le indagini e sostengono l’accusa nei processi (penali, di interesse pubblico o di tutela di persone indifese), mentre i giudici (magistrati giudicanti) valutano le prove, ascoltano l’accusa e la difesa e prendono la decisione finale in modo imparziale. In teoria un magistrato potrebbe cambiare funzione nel corso della carriera, ma nella pratica succede molto raramente e con diversi limiti.

Questa impostazione deriva direttamente dalla Costituzione del 1948. Gli articoli dal 101 al 107 stabiliscono che la magistratura è autonoma e indipendente dagli altri poteri dello Stato e che i giudici sono soggetti soltanto alla legge.

Dopo l’esperienza del fascismo, i costituenti vollero evitare che il pubblico ministero dipendesse dal governo e decisero quindi di inserirlo nello stesso ordine dei giudici. La Costituzione afferma inoltre un principio molto importante: “i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni” (articolo 107). In altre parole, giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine della magistratura e si differenziano solo per il ruolo che svolgono nei processi.

La riforma introdurrebbe tre cambiamenti principali:

  • Carriere separate tra giudici e pubblici ministeri: due percorsi professionali distinti fin dall’inizio. Chi sceglie di diventare giudice resterebbe sempre giudice, mentre chi entra come pubblico ministero svolgerebbe solo il ruolo di accusa.
  • Due Consigli Superiori della Magistratura distinti: uno dedicato ai giudici e uno ai pubblici ministeri. Oggi esiste un solo CSM che gestisce la carriera di tutti i magistrati; con la riforma queste decisioni verrebbero prese da due organi separati.
  • Una nuova Corte disciplinare: un organo separato che si occuperebbe esclusivamente dei procedimenti disciplinari contro i magistrati. Oggi queste decisioni sono prese dal CSM.

Questi cambiamenti hanno acceso un dibattito molto acceso nel mondo della politica e della magistratura.
Alcuni ritengono che la riforma possa migliorare l’equilibrio del processo penale e il funzionamento della magistratura. Altri invece temono che possa indebolire l’indipendenza del sistema giudiziario.

Un altro aspetto riguarda le conseguenze organizzative della riforma. Se venisse approvata, il sistema attuale verrebbe profondamente riorganizzato: dall’attuale unico Consiglio Superiore della Magistratura si passerebbe infatti a tre organi distinti, due CSM separati (uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri) e una nuova Corte disciplinare.

Questo significherebbe creare leggi di attuazione, nuovi regolamenti, nuove strutture, nominare nuovi componenti e organizzare il funzionamento di questi organi. Come per ogni riforma istituzionale, anche l’attuazione pratica richiederebbe tempo e risorse economiche, perché sarebbe necessario istituire nuovi uffici, personale amministrativo e procedure di funzionamento. Dal punto di vista economico, alcune stime indicano che la creazione di questi nuovi organi potrebbe comportare oltre 100 milioni di euro di spesa pubblica aggiuntiva l’anno.

Le ragioni di chi sostiene il Sì

Chi sostiene la riforma ritiene che separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri renderebbe il processo più equilibrato e più coerente con il modello accusatorio introdotto nel processo penale italiano alla fine degli anni Ottanta.

In questo modello il processo si basa sul confronto tra due parti contrapposte – accusa e difesa – davanti a un giudice che deve essere completamente terzo e imparziale.

Secondo i sostenitori della riforma, il fatto che giudici e pubblici ministeri appartengano allo stesso ordine professionale potrebbe creare, almeno sul piano della percezione, una certa vicinanza tra chi accusa e chi giudica. Separare le carriere servirebbe quindi a rendere più netta la distinzione tra chi porta l’accusa e chi deve prendere la decisione finale.

Un altro argomento riguarda il potere delle correnti interne alla magistratura. Negli ultimi anni alcuni scandali, come il caso Palamara, hanno mostrato come gruppi organizzati di magistrati possano influenzare nomine e carriere attraverso il CSM.

Luca Palamara, magistrato ed ex membro del CSM, fu coinvolto nel 2019 in un’inchiesta che rivelò incontri e trattative tra magistrati e politici per influenzare alcune nomine nelle procure. Le intercettazioni pubblicate sui giornali provocarono un forte scandalo e riaprirono il dibattito sul funzionamento dell’autogoverno della magistratura.

Secondo i sostenitori del Sì, dividere le carriere e modificare il sistema di scelta degli organi di autogoverno potrebbe ridurre il peso di queste dinamiche.

Infine, alcuni ritengono che il pubblico ministero italiano abbia un ruolo particolarmente forte rispetto ad altri paesi, perché è completamente indipendente dal governo ma allo stesso tempo fa parte della magistratura. Separare le carriere servirebbe anche a chiarire meglio il ruolo del pubblico ministero come parte dell’accusa nel processo.

Le ragioni di chi sostiene il No

Chi si oppone alla riforma teme invece che la separazione delle carriere possa indebolire l’indipendenza della magistratura.

Nel sistema italiano il pubblico ministero è un magistrato a tutti gli effetti e, come i giudici, fa parte di un ordine indipendente dal potere politico. Questo significa che può indagare anche su membri del governo o altre figure di potere senza dipendere dal governo.

Chi sostiene il No teme che separare le carriere possa essere il primo passo verso un modello in cui il pubblico ministero diventa più simile all’accusa tipica di altri sistemi, potenzialmente più esposta all’influenza del potere politico.

Un’altra critica riguarda il tema delle nomine all’interno della magistratura. Oggi gli incarichi più importanti (per esempio procuratori o presidenti di tribunale) vengono decisi dal Consiglio Superiore della Magistratura.

La riforma propone di introdurre anche forme di sorteggio nella selezione dei magistrati che entrano negli organi di autogoverno. In particolare, per i due nuovi Consigli Superiori della Magistratura (uno dei giudici e uno dei pubblici ministeri) alcuni membri verrebbero estratti a sorte tra i magistrati appartenenti a quella funzione. Per i membri non magistrati (i cosiddetti “laici”), invece, il Parlamento preparerebbe una lista di professori universitari di diritto e avvocati con molti anni di esperienza, dalla quale i componenti effettivi verrebbero poi scelti tramite sorteggio.

L’obiettivo dichiarato è ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura e rendere più difficile che gruppi organizzati possano controllare le elezioni interne del CSM.

Chi è contrario alla riforma teme però che il sorteggio non sia la soluzione migliore. Secondo questa posizione, scegliere magistrati tramite estrazione casuale potrebbe ridurre la possibilità di selezionare persone con maggiore esperienza o competenza per incarichi delicati.

Altri sostengono che il problema delle correnti dovrebbe essere affrontato con riforme diverse del CSM, senza modificare l’assetto costituzionale complessivo della magistratura.

Infine, secondo alcuni critici il sistema attuale, pur con i suoi limiti, garantisce un equilibrio delicato tra indipendenza della magistratura e funzionamento del processo.

Illustrazione di un magistrato seduto alla scrivania circondato da pile di fascicoli molto alte, simbolo dell’arretrato e della lentezza della giustizia

Il vero problema della giustizia italiana

Quando si chiede ai cittadini cosa non funziona nella giustizia, la risposta più frequente è una: i processi sono troppo lunghi. Le cause, soprattutto in ambito civile, possono durare anni prima di arrivare a una sentenza definitiva, creando frustrazione per i cittadini, costi elevati per le imprese e sfiducia nelle istituzioni. Questa lentezza, però, non dipende da un solo fattore: molti esperti indicano diversi problemi strutturali del sistema giudiziario italiano. Tra questi ci sono la carenza di personale nei tribunali (magistrati ma soprattutto personale amministrativo), che rallenta la gestione dei fascicoli; procedure spesso molto complesse e burocratiche, che allungano i tempi dei processi; e sistemi informatici ancora poco efficienti o non pienamente digitalizzati, che rendono più difficile organizzare il lavoro negli uffici giudiziari. A questo si aggiunge l’enorme arretrato di cause accumulato negli anni, che continua a pesare sul funzionamento dei tribunali. Tutti questi elementi contribuiscono a rendere la giustizia più lenta e meno prevedibile.

Ed è proprio qui che nasce una domanda importante: la riforma in discussione affronta davvero questi problemi?

Qual è la priorità per migliorare la giustizia italiana?

Il referendum riguarda soprattutto l’organizzazione della magistratura e l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Il problema principale percepito dai cittadini, però, riguarda spesso un’altra cosa: avere una sentenza in tempi ragionevoli.

Per questo ogni elettore dovrebbe chiedersi:

  • è più importante cambiare l’equilibrio tra magistratura e politica
  • oppure rendere i tribunali più efficienti per i cittadini?

Non esiste una risposta giusta per tutti. Ma porsi questa domanda è probabilmente il modo più onesto per affrontare il referendum.

Un invito ai lettori

La giustizia è uno dei pilastri della democrazia. Capire come funziona e come può migliorare non è solo un compito dei giuristi o dei politici: riguarda tutti noi.

Per questo il referendum può essere un’occasione importante non solo per votare, ma anche per riflettere su che tipo di giustizia vogliamo per il nostro paese.

E tu cosa ne pensi? La riforma può davvero migliorare la giustizia oppure servono interventi diversi?


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