Bettino Craxi è stato uno dei protagonisti più discussi e influenti della politica italiana del secondo Novecento, una figura che ancora oggi divide l’opinione pubblica tra giudizi opposti e memorie contrastanti. Leader socialista e Presidente del Consiglio, fu una figura centrale negli anni Ottanta. Allo stesso tempo, divenne il simbolo di una stagione politica conclusasi traumaticamente con le inchieste di Tangentopoli, che travolsero non solo i singoli leader, ma un intero sistema di potere e di partiti.
Ricordarlo oggi significa affrontare una storia complessa, fatta di decisioni coraggiose, grandi cambiamenti e profonde contraddizioni, una storia che ancora interroga il nostro presente e il modo in cui guardiamo alla politica.
Chi era Bettino Craxi
Bettino Craxi nacque a Milano nel 1934, in una famiglia politicamente impegnata: il padre Vittorio era un dirigente socialista e antifascista. Dopo aver frequentato il liceo classico, Bettino si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza senza completare gli studi, iniziando molto presto l’attività politica. Da giovane militante socialista si formò nelle organizzazioni di partito e nell’amministrazione locale, maturando una visione attenta ai risultati concreti e alla capacità di incidere realmente sulle decisioni, più che alle sole affermazioni di principio.
L’avvicinamento alla politica non fu casuale, ma il frutto di un ambiente familiare e culturale in cui l’impegno civile era centrale. Negli anni Sessanta e Settanta Craxi costruì la propria carriera passo dopo passo: fu consigliere comunale a Milano, poi deputato, distinguendosi per capacità organizzative, ambizione e un forte senso di leadership.
Nel 1976 divenne segretario del Partito Socialista Italiano, in un momento di grave crisi per il partito. Per diventare leader, Craxi lavorò a una profonda trasformazione del PSI: ne rafforzò la struttura, ne cambiò il linguaggio e cercò una collocazione politica autonoma tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista. Non fu solo un leader di partito, ma un politico che ambiva a governare e a incidere concretamente sul destino del Paese, preparando il terreno per il ruolo che avrebbe poi assunto alla guida del governo.
Craxi Presidente del Consiglio
Nel 1983 Craxi divenne il primo socialista a guidare il governo italiano, al termine di una fase politica segnata da instabilità, crisi economica e governi di breve durata. Le elezioni politiche di quell’anno videro un Partito Socialista rafforzato rispetto al passato, capace di presentarsi come forza decisiva negli equilibri parlamentari grazie a una campagna elettorale incentrata sull’idea di governabilità e modernizzazione. Al centro di quella proposta vi era anche l’autonomia socialista, intesa come la volontà di un Partito Socialista capace di agire e governare senza essere subordinato o dipendente politicamente da altri partiti.
Craxi seppe interpretare il clima di cambiamento del Paese, proponendosi come leader affidabile e determinato in un sistema politico bloccato. Il risultato elettorale non fu una vittoria schiacciante del PSI, ma fu sufficiente a renderlo centrale nella formazione del governo. Da quel contesto nacque un esecutivo che, anche grazie alla leadership di Craxi, divenne uno dei più longevi della Repubblica fino a quel momento.
Il governo guidato da Craxi lasciò un segno profondo nell’Italia degli anni Ottanta. Una delle decisioni più emblematiche fu la riforma della “scala mobile”. Questo meccanismo non era stato creato da Craxi, ma esisteva già da anni come strumento di tutela dei lavoratori: adeguava automaticamente i salari all’aumento dei prezzi, garantendo il mantenimento del potere d’acquisto.
Negli anni Ottanta, però, in un contesto di forte inflazione, quel sistema iniziò a produrre effetti negativi sull’economia. Gli aumenti automatici dei salari contribuivano a loro volta ad alimentare nuovi aumenti dei prezzi, innescando un circolo vizioso che rendeva più difficile contenere l’inflazione. La riforma voluta da Craxi non abolì del tutto la scala mobile, ma ne ridusse il meccanismo automatico, con l’obiettivo di rallentare l’inflazione e ristabilire un maggiore controllo sull’economia.
Fu una scelta fortemente contestata, soprattutto dal mondo sindacale e da una parte della sinistra, ma sostenuta da chi la considerava necessaria per evitare un deterioramento ulteriore della situazione economica del Paese.
Sul piano internazionale, in un contesto ancora segnato dalla Guerra fredda e da forti equilibri tra le grandi potenze, Craxi rivendicò con forza una politica estera più autonoma. Lo fece affermando la dignità e il peso dell’Italia anche nei rapporti con gli Stati Uniti, come nel noto caso di Sigonella, quando nel 1985 il governo italiano rivendicò la propria sovranità impedendo alle forze statunitensi di portare via i responsabili del sequestro della nave da crociera Achille Lauro che era stata dirottata da un commando palestinese durante una traversata nel Mediterraneo; l’obiettivo del dirottamento era quello di attirare l’attenzione internazionale sulla causa palestinese e di ottenere la liberazione di alcuni detenuti. Dopo il sequestro e l’uccisione di un passeggero americano, gli Stati Uniti intercettarono l’aereo con cui stavano fuggendo i responsabili e ne chiesero l’immediata consegna. Craxi si oppose sostenendo che il reato era avvenuto su una nave italiana e che, quindi, la giurisdizione spettava all’Italia, affermando il primato delle leggi italiane sul territorio nazionale, e lavorando per rafforzare il ruolo del Paese nello scenario europeo e nel Mediterraneo.

Luci e ombre di una leadership
Craxi fu un leader carismatico, capace di parlare con chiarezza e determinazione, imponendo uno stile comunicativo diretto e riconoscibile. Seppe modernizzare il linguaggio politico, rendendolo più semplice e immediato, e contribuì a dare centralità alla figura del Presidente del Consiglio, rafforzandone il ruolo e la visibilità all’interno del sistema istituzionale e nel rapporto con l’opinione pubblica. Proprio questa forte personalizzazione della leadership, che per molti rappresentò un elemento di forza e di modernizzazione, divenne però anche uno degli aspetti più discussi e controversi della sua esperienza politica, che finì per esporre Craxi più di altri allo scontro che si aprì nei primi anni Novanta tra politica, giustizia e opinione pubblica. Craxi fu uno dei protagonisti centrali dello scandalo di Tangentopoli, l’insieme di inchieste che portarono alla luce un sistema diffuso di finanziamento illecito dei partiti, dove le imprese versavano denaro ai partiti in cambio di appalti, favori o protezioni, in violazione delle leggi sul finanziamento pubblico e sulla trasparenza della vita politica.
Quel meccanismo coinvolse gran parte dei principali partiti della Prima Repubblica, non solo il Partito Socialista. Tuttavia Craxi ne divenne il simbolo più riconoscibile perché, a differenza di altri leader, scelse di rivendicare pubblicamente la natura politica di quel sistema, sostenendo che fosse noto e condiviso e che senza quei finanziamenti i partiti non avrebbero potuto funzionare. Questa posizione lo rese, agli occhi di molti, il principale antagonista della magistratura e dell’ondata di indignazione che attraversò il Paese, fissando il suo nome più di altri nella memoria collettiva legata a Tangentopoli.
Le inchieste giudiziarie segnarono così la fine della sua carriera politica e aprirono una frattura profonda, ancora oggi presente nella memoria collettiva.
Dopo le condanne, Craxi si rifugiò ad Hammamet, in Tunisia, dove visse fino alla morte il 19 gennaio del 2000. Per alcuni fu un latitante, per altri un esule politico. Anche su questo punto, il giudizio resta divisivo e oggetto di dibattito.
Conclusione – Una memoria che interroga il presente
Ricordare Bettino Craxi non significa assolvere né condannare senza appello. Capire Craxi aiuta a comprendere una parte fondamentale della storia della Repubblica. Accettarne la complessità vuol dire riconoscere che una figura politica può aver inciso profondamente sul Paese, lasciando risultati, idee e cambiamenti, pur portando con sé responsabilità gravi e pagine controverse.
Ridurre Craxi a un solo capitolo della sua vicenda, quello giudiziario, rischia di semplificare eccessivamente una stagione politica che coinvolse un intero sistema e un’intera classe dirigente. Allo stesso tempo, ricordarne il ruolo di leader non può trasformarsi né in un’operazione di rimozione delle colpe né in una lettura parziale della storia.
La memoria democratica serve proprio a questo: tenere insieme luci e ombre, per capire meglio il presente. Ma siamo ancora capaci, oggi, di guardare alla storia politica senza fermarci alle etichette e senza lasciarci guidare solo da giudizi precostituiti? Chiedersi chi è stato davvero Craxi non è un esercizio nostalgico, ma un modo per interrogarsi su che tipo di politica vogliamo oggi, su quali leadership riteniamo accettabili e su quali limiti non siamo più disposti a tollerare.
La storia non chiede assoluzioni né condanne automatiche, ma consapevolezza.
Ed è da qui che può nascere una cittadinanza più attenta, critica e partecipe.


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