Silvio Berlusconi: l’uomo che ha cambiato la politica italiana

Per qualcuno il nome di Silvio Berlusconi potrebbe appartenere al passato. Eppure, per oltre trent’anni, ha dominato la scena italiana come pochi altri.

Nato a Milano il 29 settembre 1936, è stato imprenditore, politico, comunicatore e simbolo di un’intera epoca italiana. Simbolo di un certo ottimismo individualista, della cultura del successo facile, della convinzione che il merito potesse coincidere con l’abilità di vendersi bene, è stato anche incarnazione di una nuova estetica del potere: sorrisi, abbronzatura, slogan accattivanti, apparizioni televisive più frequenti dei comizi tradizionali.

Berlusconi è stato anche simbolo delle profonde contraddizioni italiane: il conflitto d’interessi tra il ruolo politico e l’impero economico-mediatico, un rapporto complesso e spesso aggressivo con la magistratura, e la progressiva spettacolarizzazione della vita pubblica. In lui si mescolavano l’imprenditore che si era “fatto da sé” e il politico che piegava le istituzioni al proprio vantaggio; l’uomo del popolo e il miliardario; il liberale che parlava di libertà e il leader che accentuava la concentrazione del potere.

Berlusconi non è stato solo un presidente del Consiglio, ma il protagonista di una stagione che ha trasformato il modo stesso di fare politica. In questo articolo cercheremo di raccontare chi è stato, cosa ha rappresentato e cosa ha lasciato in eredità a chi oggi vuole capire meglio l’Italia.

Dalla televisione alla politica: l’ingresso che ha cambiato tutto

All’inizio c’è l’imprenditoria. Dopo la laurea in giurisprudenza, Silvio Berlusconi si fa strada nel settore edilizio con la costruzione di Milano 2, un quartiere residenziale all’avanguardia, pensato per una nuova borghesia urbana. Ma è con la televisione che arriva la svolta: negli anni Ottanta, mentre la Rai trasmette programmi istituzionali e segue una programmazione più rigida, Berlusconi lancia un’offerta completamente diversa con Canale 5, Italia 1 e Rete 4. Intrattenimento, soap opera, film americani, pubblicità accattivanti. Il suo linguaggio è nuovo: veloce, leggero, emotivo, vicino alla gente.

Nel frattempo, costruisce intorno a sé un impero che comprende banche, assicurazioni, squadre di calcio come il Milan, editoria e pubblicità. Questo mix di successo economico e dominio mediatico gli permette di accreditarsi come uomo del fare, lontano dalla politica tradizionale, e pronto a intervenire quando, a inizio anni Novanta, la Prima Repubblica crolla sotto i colpi di Tangentopoli.

È in quel momento che Berlusconi annuncia di “scendere in campo“, dando inizio a un nuovo capitolo della sua storia e di quella del Paese.

“L’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti.”

Con queste parole, pronunciate il 26 gennaio 1994 in un videomessaggio trasmesso in televisione, Berlusconi si presenta agli italiani come un cittadino prestato alla politica, pronto a salvare il Paese dal caos e dal disordine. Un discorso che è passato alla storia e che ha segnato l’inizio di una nuova era. La crisi della Prima Repubblica, travolta dagli scandali di Tangentopoli, ha lasciato un vuoto profondo nei partiti tradizionali. Secondo alcuni osservatori, però, a spingerlo ci sarebbe stato anche un interesse personale più profondo: proteggere le proprie aziende e posizioni economiche da una magistratura diventata più aggressiva. In quegli stessi anni, si indaga anche su possibili rapporti tra settori dello Stato e la mafia: un contesto teso e opaco, dove Berlusconi e il suo braccio destro Marcello Dell’Utri sono citati in varie inchieste. Nessuna condanna definitiva, ma tanti interrogativi che ancora oggi alimentano il dibattito.

Quando nel 1994 annuncia di “scendere in campo”, nessuno ha mai visto nulla di simile. Un imprenditore ricchissimo, senza esperienze politiche, fonda Forza Italia e vince le elezioni in pochi mesi. Il suo stile è quello di un venditore carismatico, che parla direttamente agli elettori senza passare dai partiti tradizionali.

Il suo messaggio è semplice: meno tasse, più libertà, meno Stato. La sua promessa: governare l’Italia come un’azienda di successo.

Con Berlusconi cambia tutto. Cambia il linguaggio, che diventa più informale e diretto. Cambia l’immagine del leader, che smette di essere austero e si trasforma in un uomo affabile, sempre sorridente, circondato da collaboratori fedeli.

Cambia anche la comunicazione: i telegiornali delle sue reti diventano strumenti di consenso. I talk show si popolano di volti nuovi, spesso senza esperienze politiche. Nasce un nuovo modo di raccontare la politica: più show, meno sostanza.

Per molti è una rivoluzione democratica, che rompe i vecchi schemi. Per altri, è l’inizio di un pericoloso intreccio tra potere economico, politico e mediatico.

Il potere e le sue contraddizioni

Berlusconi ha governato l’Italia per oltre nove anni, anche se non consecutivamente. Ha guidato tre governi in momenti distinti: il primo nel 1994, durato meno di un anno; il secondo dal 2001 al 2006, che è stato il più lungo senza interruzioni nella storia repubblicana; e il terzo dal 2008 al 2011. Questo lo rende uno dei leader più longevi nella storia della Repubblica. Solo Alcide De Gasperi e, per certi versi, anche Giulio Andreotti, pur con mandati frammentati ma numerosi, possono essere paragonati a lui per durata complessiva e centralità politica. Eppure il suo tempo al governo è stato segnato da polemiche costanti, processi giudiziari, conflitti d’interessi e scandali.

Molte delle sue leggi sono state viste come “ad personam“, fatte su misura per proteggerlo dalle accuse o per rispondere a procedimenti giudiziari in corso. Tra le più discusse, c’è la legge sul legittimo impedimento, che permetteva al presidente del Consiglio e ai ministri di rinviare i processi a causa di impegni istituzionali, e la legge sulle rogatorie internazionali, che rendeva più difficile utilizzare prove raccolte all’estero. Celebre anche il cosiddetto “lodo Alfano”, che tentava di sospendere i processi nei confronti delle alte cariche dello Stato.

I suoi rapporti con la magistratura sono sempre stati tesi: ha più volte accusato i giudici di essere politicizzati e di volerlo abbattere per via giudiziaria. Questa tensione ha alimentato un clima di scontro costante tra poteri dello Stato, diventando uno dei tratti distintivi della sua parabola politica.

Eppure, nonostante tutto, ha continuato a vincere elezioni. Una parte del Paese lo ha sempre amato, vedendo in lui l’unico in grado di sfidare la “casta” e difendere la libertà individuale. Un’altra parte lo ha considerato un pericolo per la democrazia.

Scandali, processi e ombre giudiziarie

La vicenda politica di Berlusconi è stata accompagnata da un numero impressionante di procedimenti giudiziari. In oltre vent’anni, è stato imputato in decine di processi, con accuse che andavano dalla corruzione alla frode fiscale, fino al concorso esterno in associazione mafiosa. Alcuni si sono conclusi con assoluzioni, altri con prescrizioni, altri ancora con condanne.

Il caso più noto è quello del processo Mediaset, in cui nel 2013 è stato condannato in via definitiva per frode fiscale. A seguito di quella sentenza ha perso il suo seggio da senatore e ha scontato la pena con l’affidamento ai servizi sociali, segnando un momento simbolico della sua carriera pubblica.

Tra gli altri scandali più controversi, il cosiddetto “Ruby-gate”, esploso nel 2010, che ruotava attorno alle feste organizzate ad Arcore e alla presenza di minorenni, in particolare della giovane marocchina Karima El Mahroug, soprannominata “Ruby Rubacuori”. Anche se assolto in via definitiva, il caso ha avuto un forte impatto sull’immagine pubblica del leader e ha sollevato interrogativi sul rapporto tra potere, denaro e donne, alimentando per anni l’attenzione dei media e le critiche da parte dell’opinione pubblica.

Non meno importante è il processo Dell’Utri, che ha coinvolto uno dei suoi collaboratori più stretti: Marcello Dell’Utri è stato condannato in via definitiva nel 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa, per i suoi rapporti con Cosa Nostra negli anni Settanta e Ottanta, periodo in cui lavorava per Fininvest. La sentenza ha alimentato i sospetti su legami oscuri tra l’entourage berlusconiano e ambienti criminali, gettando un’ombra anche sul passato di Berlusconi, sebbene non direttamente coinvolto nel processo.

Questi episodi, anche quando non si sono tradotti in condanne definitive, hanno contribuito a costruire un’immagine pubblica fortemente divisiva: per alcuni era vittima di persecuzioni giudiziarie, per altri era il simbolo dell’impunità e dell’arroganza del potere.

Un ulteriore elemento controverso riguarda la sua iscrizione, resa nota nel 1981, alla loggia massonica segreta Propaganda 2 (P2), guidata da Licio Gelli. La loggia, ufficialmente sciolta ma per anni attiva nel tentativo di influenzare poteri politici, economici e mediatici, includeva tra i suoi membri numerosi personaggi influenti. Sebbene l’iscrizione non abbia portato a condanne specifiche per Berlusconi, ha gettato un’ombra duratura sul suo percorso, alimentando dubbi sulla trasparenza dei suoi legami e sull’intreccio tra potere occulto e ambizioni pubbliche.

Il berlusconismo oltre Berlusconi

Berlusconi non è stato solo un uomo politico: è stato il centro di un vero e proprio fenomeno culturale. Il “berlusconismo” ha influenzato il modo di parlare, con frasi semplici, slogan ripetuti e un lessico che puntava più alla suggestione che alla spiegazione. Ha cambiato il modo di apparire: l’immagine del leader sempre abbronzato, sorridente, sicuro di sé, è diventata un modello anche per altri politici.

Il suo stile ha portato a una comunicazione politica più televisiva, più centrata sulla persona e meno sulle idee. Ha promosso una visione dell’uomo di successo come ideale sociale, dove l’efficacia, la ricchezza e la disinvoltura contano più della coerenza o della competenza. Ha spostato l’attenzione dal contenuto alla forma, dall’ideologia al carisma personale, segnando un punto di svolta nella politica italiana contemporanea.

Anche i suoi avversari, pur criticandolo, hanno finito per imitarne alcuni tratti.

E ancora oggi, in molti aspetti della politica italiana, si riconoscono le sue impronte: nell’uso dei social, nei toni da talk show, nella personalizzazione estrema del potere.

Conclusione: cosa resta di lui?

Silvio Berlusconi è morto nel 2023, ma il suo stile politico è tutt’altro che sepolto. Ha diviso l’Italia come pochi altri, generando passioni, rabbia, entusiasmo e repulsione. Ha lasciato una traccia profonda non solo nei palazzi del potere, ma anche nell’immaginario collettivo: nel modo in cui parliamo di politica, in cui votiamo, in cui guardiamo un leader.

Capire Berlusconi non è un esercizio di nostalgia, ma una chiave per interpretare il presente. Cosa ha cambiato davvero? Quanto del suo modo di fare politica è ancora con noi, sotto altre forme, in altri volti? E cosa possiamo imparare, nel bene e nel male, da ciò che ha rappresentato?

Sono domande che riguardano tutti noi. Ma soprattutto chi oggi si affaccia per la prima volta alla vita democratica. Perché la politica non è fatta solo di idee e programmi: è fatta anche di narrazioni, modelli, esempi da seguire o da rifiutare.

E allora ti chiedo: che idea ti sei fatto di Berlusconi? Cosa pensi ci abbia lasciato?


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