Enrico Berlinguer: la politica come impegno morale

In un tempo in cui molti si sentono distanti dalla politica, dove il disincanto e la sfiducia sembrano prevalere, c’è un nome che ancora oggi riesce a generare rispetto e riflessione, quello di Enrico Berlinguer. A distanza di anni dalla sua scomparsa, la sua voce continua a risuonare tra le righe della nostra storia.

Chi era davvero quest’uomo dallo sguardo intenso e dalla parola misurata, capace di parlare con forza senza mai alzare la voce? Perché la sua figura sobria e profondamente umana, suscita ancora oggi una memoria viva, fatta non solo di nostalgia, ma di domande urgenti sul senso della politica, della giustizia e dell’impegno civile?

In un Paese che spesso dimentica, Berlinguer è uno di quei pochi nomi che resistono. E non è un caso.

Un giovane sardo nella politica italiana

Enrico Berlinguer nasce a Sassari nel 1922, in una famiglia borghese e antifascista, imparentata con alcune delle figure più note della cultura e della politica sarda. Cresce in un ambiente colto e impegnato, dove il senso civico è parte del quotidiano. Negli anni Quaranta, in piena occupazione nazifascista, prende parte attiva alla Resistenza, collaborando con i gruppi partigiani attivi in Sardegna e nel resto d’Italia. Anche se giovanissimo, si distingue per il coraggio e la convinzione con cui affronta l’impegno politico e civile. L’esperienza della guerra e della lotta contro il fascismo segna profondamente la sua visione del mondo: da quel momento, la difesa della democrazia e dei diritti dei più deboli diventa per lui una missione. Questo primo contatto con la politica non è solo un atto di opposizione, ma già un gesto di costruzione: Berlinguer è tra coloro che credono fermamente nella necessità di ricostruire un’Italia più giusta e solidale, partendo dal basso e dal popolo.

Nel 1943 si iscrive al Partito Comunista Italiano (PCI), diventando in breve tempo uno dei dirigenti più brillanti della nuova generazione. Il suo stile è diverso: schivo, riflessivo, determinato. Non ama i toni accesi, ma pesa ogni parola. Negli anni Cinquanta e Sessanta compie una lunga gavetta, assumendo incarichi nazionali e internazionali. Partecipa ai lavori del Comintern (l’Internazionale Comunista), un’organizzazione fondata a Mosca nel 1919 per coordinare i partiti comunisti di tutto il mondo sotto la guida dell’Unione Sovietica. Questa esperienza gli permette di conoscere da vicino la realtà dei paesi socialisti, cosa che lo renderà sempre più critico verso l’Unione Sovietica.

Nel 1972, in piena Guerra Fredda, diventa segretario del PCI. L’Italia attraversa un periodo drammatico: le Brigate Rosse seminano il terrore, la crisi petrolifera scuote l’economia, la corruzione politica comincia a dilagare.

In questo contesto incandescente, Berlinguer propone una linea innovativa: un comunismo autonomo da Mosca, profondamente radicato nei valori democratici e costituzionali, elabora l’idea di “eurocomunismo“, insieme ad altri leader come Santiago Carrillo in Spagna e Georges Marchais in Francia: una visione di comunismo pluralista, legato alla libertà di stampa, alle elezioni libere, allo Stato di diritto.

Il suo era un comunismo profondamente italiano: attento ai bisogni popolari ma rispettoso delle istituzioni democratiche, critico verso il capitalismo ma lontano dall’autoritarismo, pronto al dialogo con le altre forze riformiste per trovare soluzioni comuni. Per Berlinguer, giustizia sociale e democrazia non erano mai in opposizione, ma due volti della stessa battaglia.

Il compromesso storico e la politica del dialogo

Berlinguer è noto anche per il cosiddetto “compromesso storico“, una proposta politica nata nei primi anni Settanta. L’idea era semplice e rivoluzionaria al tempo stesso: costruire un’alleanza tra il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana per difendere insieme la democrazia repubblicana dalle sue minacce più gravi, come il terrorismo delle Brigate Rosse e la destabilizzazione politica.

Questo progetto nasceva dalla convinzione che la fragilità delle istituzioni democratiche italiane potesse essere superata solo attraverso una grande intesa nazionale tra le principali forze popolari del Paese. Il PCI avrebbe così potuto entrare nell’area di governo, nonostante l’opposizione americana e le resistenze interne. Per Berlinguer, però, non era questione di potere: era una scelta di responsabilità, di unità nazionale, di maturità democratica. Il compromesso storico non significava rinunciare ai propri ideali, ma metterli al servizio del bene comune.

Il principale interlocutore di Berlinguer in questo percorso fu Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana e figura chiave della politica italiana. Tra i due si instaurò un rapporto di rispetto profondo e dialogo sincero, nonostante le differenze ideologiche. Moro comprese la portata storica della proposta di Berlinguer e cercò di renderla politicamente praticabile, promuovendo l’idea di una “solidarietà nazionale“. Era convinto, come il segretario comunista, che la collaborazione tra le due grandi famiglie politiche potesse rappresentare un argine alle forze eversive e aprire una nuova fase democratica del Paese.

Non a caso, nel 1978, durante il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, Berlinguer fu tra i più convinti sostenitori della linea della fermezza, opponendosi a ogni ipotesi di trattativa. Una scelta dolorosa, ma coerente con l’idea che lo Stato dovesse resistere alla violenza senza cedere al ricatto. Per molti, fu anche un gesto di lealtà verso un uomo che, pur da un’altra sponda politica, aveva creduto nella possibilità di costruire insieme un’Italia più giusta e stabile.

In quegli stessi anni, Berlinguer lanciò anche un messaggio forte e controcorrente: “L’austerità può essere una grande occasione di rigenerazione morale”. In un’Italia attratta dal consumismo e minacciata dalla corruzione dilagante, la sua proposta andava in direzione opposta rispetto al clima dominante. Per lui, la sobrietà non era un sacrificio imposto dall’alto, ma una scelta consapevole e condivisa: un modo per rispettare la cosa pubblica, l’ambiente, il futuro delle nuove generazioni. Un invito a vivere con meno sprechi e più giustizia, in una società più equa e responsabile. Un’idea che oggi, di fronte alle crisi ambientali, economiche e sociali, appare profetica e ancora tutta da esplorare.

Un leader amato dal suo popolo

Berlinguer parlava con sincerità, si comportava con coerenza, viveva con sobrietà. Non gridava, non prometteva miracoli, non cercava scorciatoie. Per questo era rispettato anche da chi non era comunista. Il suo stile sobrio e il suo impegno genuino gli avevano guadagnato una stima trasversale, che andava ben oltre gli schieramenti politici.

Il 7 giugno 1984, mentre stava pronunciando un comizio in piazza della Frutta a Padova in vista delle elezioni europee, Berlinguer si sentì male. Nonostante il malessere evidente, volle concludere il discorso tra le lacrime e gli applausi del pubblico. Fu ricoverato d’urgenza, ma morì pochi giorni dopo, l’11 giugno. Aveva 62 anni.

La sua morte sconvolse il Paese. Le immagini del suo ultimo comizio, registrate in diretta televisiva, commossero milioni di italiani. Ai suoi funerali, a Roma, parteciparono oltre un milione di persone, in una delle più imponenti manifestazioni popolari della Repubblica: cittadini comuni, militanti, avversari politici, giovani e anziani, tutti riuniti per salutare un uomo che aveva incarnato un’idea alta e pulita di politica.

Perché Berlinguer viene ricordato? Forse perché incarnava un’idea diversa di politica: fatta di impegno, di rispetto, di coerenza. Una politica vissuta come servizio, non come carriera. Una politica che non aveva paura di essere anche morale, nel senso più nobile della parola.

Oggi, in un tempo in cui la partecipazione dei cittadini è spesso in crisi, la figura di Enrico Berlinguer ci invita a riscoprire la bellezza dell’impegno civile. Cosa significa, per noi, fare politica con onestà? E quanto ci manca, forse, una voce capace di unire rigore e passione, giustizia e speranza?

Se anche tu senti che queste domande meritano una risposta, raccontaci cosa ne pensi. La politica, come diceva Berlinguer, riguarda tutti. Anche te.


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