Marco Pannella: la voce che non smetteva mai di lottare

Chi era Marco Pannella

Ci sono voci che non si dimenticano. Non per il tono, ma per il coraggio con cui hanno sfidato il silenzio. Marco Pannella è stato una di quelle voci: inconfondibile, scomoda, potente. Una voce che rompeva il silenzio delle istituzioni attraverso le frequenze libere di Radio Radicale, l’emittente che fondò per garantire trasparenza e informazione senza filtri, capace di infrangere le barriere dell’ipocrisia e dell’indifferenza, insinuandosi nei corridoi del potere con la tenacia di chi non accetta porte chiuse davanti ai diritti umani, sempre con lo stesso obiettivo: scuotere le coscienze.

Era un politico, sì, ma non di quelli che si adattano alle convenienze. Era un militante, un provocatore, un uomo che ha fatto della propria vita uno strumento di ascolto e denuncia, sempre rivolto a chi rischiava di restare invisibile. La sua politica non si sedeva nei palazzi: si sdraiava davanti ai cancelli delle carceri, si affacciava ai microfoni delle radio libere, si affamava per i diritti negati.

Il silenzio è il vero crimine della democrazia”, diceva. Per questo non ha mai smesso di parlare, gridare, digiunare. Anche quando restava solo.

Una vita tra battaglie e provocazioni

Marco Pannella nasce a Teramo nel 1930, ma è a Roma che comincia la sua militanza politica. Si forma in ambienti internazionalisti e antifascisti: studia giurisprudenza alla Sapienza, si trasferisce a Parigi, dove partecipa ai movimenti studenteschi e conosce l’impegno civile europeo. Collabora con giornali e riviste, e nel 1955 è tra i fondatori dell’associazione per la libertà della cultura. Questo percorso lo porta a maturare un’idea di politica come servizio civile e non come carriera.

Negli anni ’60 fonda il Partito Radicale, un partito nonviolento, transnazionale e transpartito, nato per sfidare i limiti della politica tradizionale, con l’ambizione di fare una politica diversa, fatta di lotte civili, diritti umani e disobbedienza nonviolenta.

Le sue battaglie parlano da sole, come il divorzio e l’aborto, affrontati in un Paese ancora ancorato a tabù culturali e religiosi, o la legalizzazione delle droghe leggere, in un’epoca dominata dal proibizionismo, e ancora come la riforma delle carceri e della giustizia, per restituire dignità a chi era stato dimenticato. E poi l’eutanasia, i diritti delle persone LGBT, la lotta contro la pena di morte nel mondo. Temi scomodi, impopolari, ma per lui imprescindibili. Non c’era ingiustizia che non meritasse voce.

Queste non erano solo idee, erano atti, gesti concreti, spesso radicali come lui. Quando si batteva per la legalizzazione del divorzio, raccoglieva firme nelle piazze con il megafono in mano, sfidando il moralismo dominante. Quando parlava di depenalizzazione delle droghe leggere, non aveva paura di esporsi, pur sapendo che avrebbe ricevuto attacchi da ogni parte. “La legalità senza umanità è violenza di Stato”, ripeteva.

Il suo metodo? Il corpo. Pannella non faceva solo appelli: usava il corpo come strumento politico, digiunando anche per settimane intere. Ogni volta che lo Stato si dimenticava dei suoi cittadini più fragili, lui trovava un modo per costringerlo a guardare, anche a costo di pagarlo sulla propria pelle.

C’è un’immagine simbolica: quella di Marco con le labbra secche, il volto segnato dal digiuno, che parla davanti alle telecamere di Radio Radicale dicendo: “Il mio corpo non è un ricatto, è una richiesta di ascolto.”

Un episodio celebre fu nel 1974, durante il referendum sul divorzio: fu tra i primi a credere nella possibilità di vincere, quando ancora sembrava impossibile. Disse: “Non siamo qui per testimoniare una sconfitta, ma per preparare una vittoria della civiltà”. Aveva ragione.

Memorabile anche la sua battaglia per i detenuti. Nel 2007, dopo l’ennesimo appello inascoltato sulle condizioni delle carceri, iniziò uno sciopero della fame e della sete. Ai giornalisti che lo intervistarono disse: “Io mi sto disidratando, ma lo Stato si è già prosciugato di umanità”.

La politica come strumento di coscienza

Per Pannella la politica non era una carriera, ma una missione civile. Non cercava poltrone, ma coscienze da svegliare. Per lui ogni persona contava allo stesso modo, indipendentemente dal ruolo, dallo status sociale o dall’opinione politica: c’erano solo esseri umani a cui restituire dignità, visibilità, voce.

In un tempo in cui la politica è spesso percepita come distante e autoreferenziale, Pannella mostrava che si poteva farla anche gridando sotto una finestra o parlando in una radio libera. Bastava un microfono, una sedia in una piazza, una dichiarazione inascoltata trasformata in battaglia.

Aveva capito prima di molti altri che la vera democrazia non vive solo nei partiti, ma soprattutto nell’informazione e nella partecipazione attiva. Non era un riformatore del sistema, ma un disturbatore del sonno istituzionale. Ha lottato per rompere il silenzio attorno a chi era ignorato, aprendo spazi di libertà in un sistema spesso chiuso e autoreferenziale.

Un giorno disse: “La politica è lo strumento più nobile che abbiamo per liberarci, non per obbedire”, parole che oggi risuonano con una forza ancora intatta.

Una delle sue citazioni più note: “Noi radicali siamo come il prezzemolo: ci siamo sempre, anche quando non si vede”. E in effetti era difficile ignorarlo.

Un linguaggio diretto, anche quando dava fastidio

Il suo modo di parlare era unico, vibrante, instancabile, a volte caotico, ma sempre autentico. Parlava con l’urgenza di chi sente il tempo scadere, anche quando aveva tutto il tempo del mondo. Non amava la diplomazia delle parole levigate, le sue parole tagliavano e scavavano.

Amava le parole, sì, ma non le usava mai per addolcire la realtà; a volte era irritante, persino incomprensibile nei suoi monologhi, ma chi lo ascoltava capiva che dietro ogni parola c’era una coerenza profonda. Non cercava approvazione, ma risvegliare coscienze. E chi ha il coraggio di dire la verità, spesso paga un prezzo alto.

Una frase rimasta celebre: “Io sono per i diritti umani anche quando sono scomodi, anche quando puzzano, anche quando non piacciono”.

E a chi gli chiedeva perché si ostinasse con i digiuni, rispondeva con parole semplici ma cariche di significato: “È l’unico modo nonviolento che mi resta per farmi ascoltare da chi fa finta di non sentire”.

Un’eredità difficile da raccogliere

Marco Pannella è scomparso il 19 maggio 2016, ma molte delle sue battaglie sono ancora aperte. Basta guardare alla situazione nelle carceri italiane, dove ogni anno centinaia di persone si tolgono la vita o vivono in condizioni disumane, o al dibattito sull’eutanasia, ancora bloccato da vuoti legislativi e sentenze contestate; e ancora, il tema delle droghe leggere, affrontato troppo spesso con logiche punitive anziché preventive. Su tutto questo, il pensiero e l’azione di Pannella ci invitano ancora a riflettere e a prendere posizione.

Lui non chiedeva di essere imitato, ma invitava tutti a prendere parte, a non restare in silenzio, a non accettare l’ingiustizia come qualcosa di inevitabile. La sua eredità più grande non sono le leggi che ha contribuito a cambiare, ma l’idea che anche una sola voce può accendere un dibattito, rompere un silenzio, spostare una coscienza.

E se oggi Pannella fosse tra noi?

Se oggi Marco Pannella fosse ancora vivo, probabilmente lo troveremmo in una piazza semivuota, in silenzio, con un cartello al collo e una bottiglia d’acqua accanto, oppure in diretta su Radio Radicale, a denunciare l’ennesimo abuso, magari legato a chi fugge da una guerra e trova chiusura anziché accoglienza, o a chi muore in carcere senza processo. Per ricordarci che la pace, la giustizia e la libertà non sono parole da celebrare, ma battaglie da affrontare ogni giorno. E che ogni giorno è un’occasione per scegliere da che parte stare.

Forse ci direbbe che la democrazia è fatta di dettagli, di pazienza, di ostinazione. Che ogni diritto ignorato è una crepa nel muro della civiltà. E ci chiederebbe, uno per uno: “Tu cosa sei disposto a fare per gli altri?”.

La sua voce si è spenta, ma le sue domande ci interpellano ancora. E tu? Qual è la battaglia civile che senti tua? Raccontala, difendila, portala avanti. Perché anche oggi, la politica ha bisogno del coraggio di chi non tace. Abbiamo il coraggio di farci carico delle sue lotte? Siamo pronti a trasformare l’indignazione in partecipazione?

Noi, cittadini di oggi, possiamo ancora essere radicali. Non per ideologia, ma per coscienza. Perché la politica, come ci ha insegnato Pannella, appartiene a chi continua a viverla con passione, responsabilità e coraggio, anche quando sembra inutile o fuori moda.